Il Giappone sta vivendo una fase di stallo in politica estera, riflesso della prolungata paralisi istituzionale che sta investendo il Paese. Il governo di Yasuo Fukuda sembra incapace di dare forma a quella ‘diplomazia asiatica’, che nelle sue intenzioni dovrebbe funzionare da bussola per orientare la condotta diplomatica nipponica.
La perdita di potere in termini di iniziativa diplomatica, assistenza allo sviluppo e peso economico sono considerati i tre fattori chiave del declino giapponese in Estremo Oriente. Un deficit di influenza che è provato dal ruolo marginale assunto da Tokyo nel negoziato sul nucleare nord-coreano, ormai monopolizzato dalla spoletta diplomatica tra Washington e Pechino. Ma i segnali che svelano l’attuale impaccio del Giappone a districarsi nell’agone internazionale non si fermano qui.
Nel suo primo tour diplomatico il premier australiano Kevin Rudd ha visitato nei giorni scorsi Stati Uniti, Europa e Cina. Tokyo ha espresso disappunto per l’esclusione, in virtù dei legami forgiati da Giappone e Australia nell’ultimo anno, con la firma di un accordo in materia di difesa e l’avviamento di trattative per la creazione di un’area di libero scambio nippo-australiana.
L’impressione è che la diplomazia asiatica di Canberra stia svoltando verso Pechino (ormai il primo partner commerciale dell’Australia), e non solo per le esperienze e inclinazioni personali di Rudd (già ambasciatore in Cina). Il premier australiano, infatti, ritiene più opportuno per il suo Paese – e per i suoi alleati – cercare di imbrigliare l’ascesa economica e diplomatica di Pechino, favorendone l’integrazione nell’attuale sistema delle relazioni internazionali (edificato e plasmato dalle democrazie occidentali al termine del secondo conflitto mondiale).
Molto in questa vicenda ha giocato anche l’atteggiamento passivo della diplomazia nipponica, incapace di aprire una linea di dialogo con il premier australiano, quando Rudd era ancora il ‘ministro degli Esteri ombra’ della opposizione laburista al governo conservatore di John Howard. Dialogo coltivato abilmente, invece, dai raffinati diplomatici cinesi, che continuano a mietere successi a spese dei colleghi nipponici. Il ruolo centrale acquisito dalla Cina nell’Asean ne è un ulteriore esempio.
Per tentare il rilancio della sua ansimante politica estera, il Giappone potrebbe sfruttare le opportunità offerte dal nuovo corso politico taiwanese. Dopo Washington, Taipei è il più importante alleato di Tokyo nella regione. A caldo, probabilmente, l’elezione di Ma Ying-jeou alla presidenza dell’isola ‘ribelle’ non avrà entusiasmato la leadership politica nipponica, per tradizione sospettosa dell’identificazione nazionale e culturale con la Cina del suo partito, il Kuomintang (Kmt). Diffidenza che, negli ultimi otto anni, ha spinto i vari governi giapponesi a stringere stretti rapporti con il presidente uscente, ‘l’indipendentista’ Chen Shui-bian, e con il suo Partito democratico progressista.
Al contrario di Chen, il nuovo presidente di Taiwan ha dichiarato la propria disponibilità ad aprire un canale di dialogo con la Cina. Come precondizione per intavolare un negoziato di pace tra i due Paesi, e giungere così in un futuro prossimo alla possibile riunificazione tra le due sponde dello Stretto di Taiwan, ma pretende da Pechino la rimozione dei missili balistici puntati sull’isola. L’ex sindaco di Taipei vincola poi ogni apertura diplomatica al miglioramento dei rapporti economici bilaterali, specialmente alla creazione di un’area di libero scambio sino-taiwanese.
Stati Uniti e Cina approvano, consapevoli che la difesa dello status quo lungo lo Stretto è per il momento la soluzione migliore per entrambi. Le prove di disgelo sono già in corso. L’incontro di sabato scorso al Forum economico di Boao (Hainan, Cina) tra Hu Jintao e Vincent Siew – il vice di Ma – è stato il contatto di massimo livello dal 1949 tra Pechino e Taipei.
Il leader del Kmt vuole proporre anche al Giappone un accordo di liberoscambio (Tokyo è il secondo partner commerciale di Taipei), da integrare con un accordo di sicurezza allargato agli Usa, con il chiaro intento di riequilibrare il potenziale riavvicinamento di Taiwan alla Cina.
Il governo Fukuda dovrà convincersi che forse è meglio collaborare con un leader taiwanese moderato, che crede nella integrazione economica come strumento per raffreddare la tensione nella regione. Per il Giappone è fondamentale mantenere una certa influenza su Taiwan, così da esercitare un fattivo controllo sulle linee di comunicazione e traffico navale tra le Filippine e Okinawa, che anche i cinesi considerano di importanza strategica, tanto da definire il quadrante marittimo interessato la ‘prima linea delle isole’.
Tokyo teme che l’eventuale riunificazione tra Pechino e Taipei possa costare la perdita di un alleato strategico: un pericolo per la sicurezza dei suoi approvvigionamenti energetici. Se Ma rispetterà però la linea della doppia apertura e dell’equo bilanciamento degli interessi nell’area, allora per il Giappone non sarà più necessario incoraggiare i sussulti indipendentisti di Taiwan. Anzi, i giapponesi potrebbero sfruttare il nuovo legame per scongiurare almeno in Estremo Oriente la propria emarginazione diplomatica.
Sul piano delle dinamiche globali, invece, è difficile immaginare uno scenario diverso da quello che vede un Giappone variabile dipendente nella futura equazione di potenza dominata dalle relazioni tra Stati Uniti, Cina ed Europa.
fonte: paginedidifesa.it