
22 ottobre – “La riforma del Consiglio di Sicurezza dell’Onu è una questione tremendamente importante per il Giappone e per l’India”. Lo ha ribadito a Tokyo il premier nipponico Taro Aso, che attende una visita di tre giorni del collega indiano Manmohan Singh. Appena eletto per il biennio 2009-2010 in Consiglio di Sicurezza, il Giappone rilancia dunque la propria candidatura a un seggio permanente nella speranza che questa volta non vi sarà opposizione da parte della Cina. Questa almeno l’opinione di Aso, mostratosi convinto che Pechino “non bloccherà l’iniziativa”. Tokyo, ha spiegato Aso, “sta lavorando assieme agli alleati del G4 (Germania, India e Brasile, ndr) per la realizzazione della riforma. E anche se la risoluzione presentata in Assemblea generale nel 2005 non è stata adottata, il clima non è mai stato così favorevole”. Il governo giapponese ha salutato con favore l’accelerazione impressa all’esame della questione dal presidente dell’Assemblea generale, che ha stabilito l’avvio di negoziati intergovernativi alla fine di febbraio del 2009.
Trattative che coinvolgono da vicino l’Italia, leader del gruppo Uniting for Consensus (UfC), che rappresenta il fronte opposto a quello giapponese. UfC è infatti contraria all’allargamento del Consiglio a nuovi membri permanenti in quanto altro non farebbero che incrementare la mancanza di democrazia nel massimo organo decisionale dell’Onu. Proprio in vista dei negoziati intergovernativi sul tema, ieri il ministro degli Esteri Franco Frattini e l’omologo pachistano Mahmood Qureshi (Islamabad condivide le posizioni italiane ed è tra i membri fondatori di UfC) hanno deciso di convocare una riunione ministeriale aperta a tutti i paesi che temono una riforma elitaria, che privilegi pochi paesi a detrimento di tutti gli altri. La riunione, secondo quanto ha proposto Frattini, potrebbe tenersi a Roma: “Ne saremmo onorati”, ha affermato il titolare della Farnesina. Proprio il gruppo Uniting for Consensus (ricreato sulla base del Coffee Club degli anni Novanta, che aveva identiche finalità) nel 2005 costituì un baluardo fondamentale contro l’ascesa del G4 nell’olimpo dei membri permanenti. A determinare il fallimento delle ambizioni dei “Great pretenders” furono poi la durissima opposizione cinese alla promozione del Giappone, le divisioni all’interno del gruppo africano e il no di George W. Bush alla Germania, che con Gerhard Schroeder aveva assunto una linea molto distante da quella americana.
fonte: ilvelino.it